Riparte la corsa del petrolio: speculazione e ricadute sulla crescita economica


Il petrolio è tornato a fare paura. I prezzi, che dopo alcuni anni di stabilità intorno a valori contenuti, sembrano tornare a salire velocemente e, con il dollaro sempre più forte, il rischio che ci siano ricadute sulla crescita economica è alto. Non vale infatti in assoluto, il binomio più è alto il prezzo dell’oro nero e più le società di settore guadagnano. Anche qui esiste una sorta di equilibrio. Questo fenomeno è terreno fertile per la speculazione, che potrebbe avere un ruolo centrale nel provocare un balzo irrazionale delle quotazioni. Infatti, nonostante il prezzo oscilli ancora intorno agli 80$, la crescita del numero di titoli sui media che profetizzano il raggiungimento della soglia dei 100$ entro pochi mesi è un indizio chiaro che una nuova bolla speculativa potrebbe essere in formazione. L’avvicinarsi delle sanzioni Usa contro l’Iran, la scarsa fiducia nelle capacità dell’Opec e della Russia di colmare ogni carenza di offerta e una speculazione sempre più aggressiva nel puntare su ulteriori rialzi, hanno accelerato il rally del petrolio negli ultimi mesi. (Continua a leggere dopo la foto)




Nonostante l’industria petrolifera abbia raggiunto lo scorso agosto il livello record di 100 milioni di barili prodotti al giorno (bb/gg), vi sono fattori oggettivi che stanno spingendo verso una riduzione dell’offerta globale del greggio. Il collasso economico del Venezuela ha spinto la produzione giù del 27% in soli 8 mesi ad un minimo di 1,3 milioni bb/gg (dai 2,7 del 2015). L’annuncio dell’embargo USA ha sconvolto la produzione di oro nero dei principali paesi esportatori di greggio, che sembrerebbero non riuscire a far fronte alla domanda.“Se il petrolio toccasse quota 100 dollari al barile sarebbe negativo per tutti, anche per i produttori, tra instabilità dei mercati e prevedibile impatto sui consumi. E a quei livelli molti tornerebbero al carbone”, aveva già ammonito l’ad dell’Eni Claudio Descalzi in un intervista al Corriere della Sera. (Continua a leggere dopo la foto)



Descalzi ha spiegato che lo scorso anno il settore ha registrato un deficit di produzione mondiale di circa 500mila barili al giorno di media, e che le sanzioni all’Iran potrebbero sottrarre altri 700mila barili. Una situazione difficile che ha spinto il presidente Usa, Donald Trump, a chiedere all’Opec di compensare la produzione aumentando l’offerta dell’Oro nero. La rivoluzione innovativa dello shale oil, il nuovo Petrolio non convenzionale lanciato due anni fa dagli Usa, starebbe subendo un progressivo rallentamento della produzione dai nuovi pozzi. L’industria dell’olio di scisto ha iniziato a perdere i colpi, probabilmente a causa delle sempre più stringenti sfide logistiche, del costo del lavoro e dalla mancanza di un’adeguata capacità delle pipeline. A darne l’allarme sono stati gli amministratori delegati di alcune delle maggiori società di produzione e servizi petroliferi. (Continua a leggere dopo la foto)


 

Non ci sono abbastanza oleodotti per convogliare tutta la produzione sui mercati e questo bloccherà la crescita dell’offerta nei prossimi mesi. Il problema potrebbe essere risolto in un paio di anni, ma l’industria Usa sembra riluttante ad effettuare i necessari investimenti. Secondo il geofisico di fama mondiale Jean Laherrère, la produzione dello shale oil raggiungerà il suo picco entro il 2020 a 5 milioni bb/gg, per poi declinare velocemente perdendo l’80% nei 5 anni successivi. La domanda resta forte, soprattutto da parte delle economie emergenti. Anche in Italia, le importazioni di petrolio sono tornate a crescere con decisione nel 2017 fino a 1,373 milioni di bb/gg dopo il minimo di 1,17 raggiunto nel 2015.

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