Crescere con un cognome che porta con sé un pezzo di storia significa imparare fin da subito a convivere con aspettative e curiosità. È il caso di Vittoria di Savoia, primogenita di Emanuele Filiberto di Savoia e dell’attrice Clotilde Courau. Una giovane donna che, a 22 anni, ha deciso di raccontarsi per la prima volta in un’intervista a un quotidiano italiano, mettendo in fila ricordi, scelte e ambizioni che delineano un percorso tutt’altro che scontato.
Il suo nome è inevitabilmente legato alla storia della monarchia italiana, quella che si è interrotta con il Referendum istituzionale del 1946, ma il presente di Vittoria sembra muoversi in tutt’altra direzione. Arte, moda e recitazione sono i territori in cui sta cercando di costruire una propria identità, lontana da etichette ingombranti e ruoli già scritti.

Vittoria di Savoia: “Cosa faccio per vivere”. La figlia di Emanuele Filiberto si racconta
La svolta arriva a soli 17 anni, quando lascia Parigi per trasferirsi a Londra con l’idea di studiare politica. Un progetto che però si rivela presto distante dalle sue inclinazioni. “Studiare politica non mi è piaciuto molto e ho subito lasciato l’università senza dirlo ai miei genitori”, ha ammesso: “Volevo dimostrare che potevo farcela da sola. Per mantenermi, ho trovato lavoro in una galleria d’arte, la Thaddeus Ropac, e in un pub, dove servivo ai tavoli e facevo un po’ di tutto. E intanto, ho aperto una piattaforma per promuovere giovani artisti, si chiama Curated by Vittoria di Savoia, e mi sono iscritta a un corso di teatro. Recitare mi è piaciuto. Allora, ho chiamato mia madre e le ho detto: torno a Parigi perché mi piace il teatro”.

È proprio il ritorno nella capitale francese a segnare un nuovo capitolo. Qui Vittoria si immerge completamente nella recitazione, arrivando a frequentare contemporaneamente tre corsi diversi. “Avevo messo da parte un po’ di soldi lavorando al pub e ho potuto pagare tutto da sola. Poi, ho iniziato a fare casting e, al terzo provino, mi hanno presa per un film di Prime Video che esce a settembre. Una gioia incredibile”, ha aggiunto. Un racconto che restituisce l’immagine di una giovane determinata a costruirsi da sola le proprie opportunità.

Ma la consapevolezza di appartenere a una famiglia “diversa” arriva molto prima, tra i banchi di scuola. “Non attraverso i miei genitori, ma dai bambini a scuola. Però non l’ho mai vissuto come un peso. Per me, conta soprattutto quello che costruisco io”, ha detto, lasciando emergere un approccio pragmatico e personale alla propria storia.
Alla base, racconta, c’è un’educazione solida ma libera, ricevuta soprattutto dalla madre, con cui è cresciuta a Parigi. “Sono cresciuta a Parigi con mia madre e lei e papà mi hanno trasmesso i valori del lavoro e del denaro. Mi hanno sempre insegnato che devo lavorare”, ha aggiunto. Un principio che sembra aver guidato tutte le sue scelte, anche quelle più difficili e controcorrente.
Non manca uno sguardo al rapporto con il padre, che nel tempo si è trasformato. Se in passato non sono mancati momenti di tensione, oggi il legame appare più disteso e maturo. “Oggi, abbiamo un rapporto sincero, aperto, bellissimo. Io, quando ero più giovane, provavo rabbia, c’erano tante cose che non capivo, ma poi crescendo ti rendi conto che i tuoi genitori sono anche loro persone e imparano insieme a te. Rabbia (…) forse perché avrei voluto i miei più insieme o perché non capivo la questione del cognome… Ora, è tutto passato”.
Infine, uno sguardo alle sue radici e al rapporto con l’Italia, che resta forte nonostante una vita trascorsa prevalentemente all’estero. “In Italia ho imparato a camminare e nuotare. Mi sento italiana nel rapporto con l’arte e la bellezza”, ha concluso. Una dichiarazione che racchiude il senso di un’identità fatta di influenze diverse, ma ancora profondamente legata alle proprie origini.


