Si è spento a Roma il produttore e attore tra i più apprezzati e discreti del cinema italiano. Era da qualche giorno che amici e colleghi non riuscivano più a mettersi in contatto con lui. Il suo telefono squillava a vuoto, insolitamente silenzioso. Poi la tragica scoperta: è stato trovato senza vita nel letto della sua abitazione romana, stroncato da un malore che, secondo i primi accertamenti, potrebbe averlo colto domenica scorsa. La notizia si è diffusa rapidamente tra le bacheche social di chi lo aveva conosciuto e amato, nel lavoro e nella vita privata, lasciando dietro di sé un’ondata di sgomento e commozione.
A ricordarlo con affetto e gratitudine sono stati in tanti. La produttrice Laurentina Guidotti, legata a lui da un’amicizia profonda, ha scritto su Facebook: “Era intelligente, ironico, burberamente dolce, instancabile, con una qualità rara nel nostro mondo, la moralità”. Il giornalista Michele Anselmi ha rilanciato la notizia, sottolineando come la morte di Claudio Vecchio lasci “interdetti, spezzati”, e descrivendo un uomo che aveva attraversato il mondo del cinema con intensità e dedizione. Ex avvocato casertano, 64 anni, Vecchio aveva abbandonato la toga per seguire la passione per il grande schermo, diventando prima organizzatore, poi produttore e infine anche attore.
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Trovato morto il produttore e attore Claudio Vecchio
Nel curriculum di Claudio Vecchio brillano collaborazioni con registi come Gianni Amelio, Mario Martone, Pappi Corsicato e Stefano Incerti. Aveva prodotto “Volevo solo dormirle addosso” di Eugenio Cappuccio, con Giorgio Pasotti e Cristiana Capotondi, ma fu “Lamerica” di Amelio il film che, secondo Anselmi, lo cambiò profondamente, anche sul piano personale. Nonostante i momenti di difficoltà professionale, affrontati con un’inconfondibile ironia e un certo disincanto, Vecchio aveva saputo guadagnarsi il rispetto e l’affetto di chiunque avesse avuto la fortuna di lavorare con lui. Il suo sguardo – racconta ancora Anselmi – “portava sempre un lampo di intelligenza misto a sfottò”, segno di quella “saggia malinconia” che ne aveva forgiato lo stile.

Al grande pubblico era noto anche per un’apparizione iconica ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino, dove interpretava Giulio Moneta, l’enigmatico vicino di casa del protagonista Jep Gambardella. Una scena fulminante: elegante e silenzioso, l’uomo viene arrestato sotto gli occhi di Toni Servillo e si scopre essere “uno dei 10 latitanti più ricercati del mondo”, legato a un’organizzazione che “fa andare avanti l’Italia”. Un cameo potente e provocatorio, che molti interpretarono come un’allusione a Matteo Messina Denaro. L’immagine di Vecchio in balconata, tra i lampeggianti della polizia, è tornata virale in queste ore, rilanciata dai colleghi come emblema di un talento discreto ma indelebile.

Tra i tanti tributi commossi anche quello di Fabrizia Sacchi, attrice e amica, che ha scritto: “Claudio, non ho parole, solo il tuo sguardo vivo e aguzzo, ci denudavi, e io non capisco perché devo parlare di te al passato perché tu sei un archetipo, tu sei Claudio Vecchio e io ti amerò per sempre”. Il mondo del cinema italiano perde così una figura luminosa e riservata, capace di attraversare con profondità, umanità e rigore un mestiere spesso spietato. Il suo lascito è nei film, nei set, nei consigli sussurrati a chi cercava la strada. E in quel sorriso a metà tra malinconia e sfida che oggi manca già a tutti.


