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“Un disastro”. Trump, che botta: nessuno se lo aspettava

Alla Casa Bianca la tensione cresce mentre il tempo stringe e il fronte politico americano appare sempre più fragile. Non è soltanto una questione militare: dietro le porte del potere si consuma uno scontro che può lasciare il segno, proprio quando Donald Trump avrebbe bisogno di mostrare compattezza.

Il nodo è la guerra con l’Iran, tornata al centro di un dibattito infuocato negli Stati Uniti. Un conflitto lungo, costoso e senza una chiara via d’uscita rischia di trasformarsi in un boomerang per il presidente, già alle prese con l’avvicinarsi delle decisive elezioni di midterm. La Camera dei rappresentanti ha approvato una risoluzione sui poteri di guerra con 214 voti favorevoli e 208 contrari. A rendere il risultato ancora più clamoroso è stato il sostegno di quattro deputati repubblicani, schierati con i democratici contro la linea della Casa Bianca.

Il documento non impone lo stop immediato alle operazioni contro l’Iran, ma il suo peso politico è evidente. Il Congresso rivendica la propria autorità sull’impiego delle forze armate e manda a Trump un messaggio netto: quella guerra, per una parte crescente di Washington, non può andare avanti senza limiti. La proposta, presentata dalla democratica Pramila Jayapal, è stata definita dalla deputata un voto di coscienza. In aula ha chiesto ai colleghi di “fare quello che è giusto per il popolo americano”, ribadendo che il Congresso deve riaffermare il proprio ruolo e che “questa guerra deve finire”.

Il passaggio arriva dopo la ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran e nuove perdite tra i militari americani. Uno scenario che ha riacceso polemiche e preoccupazioni, anche in un Paese da sempre molto sensibile al costo umano e finanziario delle guerre all’estero.

Donald Trump durante un discorso sulla politica estera


A poche ore dal voto della Camera è arrivata la frenata del Senato, che ha respinto lo stesso provvedimento: 47 favorevoli e 49 contrari. Un esito sul filo, che non cancella però il terremoto politico emerso nelle due aule del Congresso. Tra i repubblicani che hanno votato con i democratici al Senato c’è Susan Collins. Diversa la scelta del democratico John Fetterman, che ha invece appoggiato i repubblicani favorevoli alla prosecuzione del conflitto. Rand Paul e Lisa Murkowski, in precedenza vicini alla risoluzione, non hanno partecipato al voto.

Il repubblicano Bill Cassidy ha spiegato di avere cambiato posizione dopo aver ricevuto informazioni dall’amministrazione Trump. Ma il confronto resta apertissimo e riporta al centro il War Powers Act, la legge del 1973 che limita la possibilità per un presidente di mantenere truppe impegnate in ostilità senza un’esplicita autorizzazione del Congresso. Per Trump, tuttavia, il campanello d’allarme più serio arriverebbe dagli elettori. Secondo dati dell’American Research Group citati nel dibattito americano, il suo indice di approvazione sarebbe sceso al 30%. E con il voto del 3 novembre alle porte, ogni segnale di malcontento diventa un problema enorme.

Il calo non riguarderebbe soltanto l’opposizione democratica. Secondo un sondaggio riportato da Politico, tra gli elettori Maga il sostegno alla guerra in Iran sarebbe passato dal 50% di maggio al 37% dopo due mesi. Un altro 37% accetterebbe il conflitto soltanto a condizione che i costi non aumentino. Il peso dell’emergenza economica, a partire dai timori per l’energia, rischia così di cambiare il clima anche nell’elettorato più fedele al presidente. I quattro deputati repubblicani Tom Barrett, Warren Davidson, Thomas Massie e Brian Fitzpatrick avevano già appoggiato un’iniziativa simile nel mese di giugno.

Donald Trump in un incontro internazionale

Trump, per ora, non cambia rotta e sostiene che l’Iran sarebbe interessato a un incontro con gli Stati Uniti. “Fino a quando non saranno disposti a farlo in modo significativo non abbiamo interesse neanche a parlare”, avrebbe affermato. Ma la guerra in Iran è ormai entrata con forza nella campagna elettorale e quella frattura, alla Casa Bianca, non sembra affatto destinata a richiudersi.


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