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Putin in ginocchio, attacco mostruoso: “Ora non sa come fare”

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Per ore, in molte case, la stessa scena: finestre chiuse, telefoni in mano, il silenzio spezzato solo da notifiche e voci concitate. Una paura che in Russia sembrava lontana, confinata “altrove”, torna improvvisamente a bussare dentro i confini. E mentre la gente aspetta di capire cosa stia succedendo davvero, in Europa si prepara una giornata che potrebbe pesare più di una foto di gruppo.

Il paradosso è tutto qui: da una parte la guerra che si avvicina a un luogo simbolo, dall’altra i leader europei che provano a rimettersi al centro del gioco, proprio mentre Mosca li tratta da comparse e Washington sembra guardare altrove. La tensione sale in contemporanea, come se due piani della stessa storia si stessero sovrapponendo. Stando a quanto riportato e ricostruito da Repubblica, l’operazione avrebbe coinvolto decine di droni diretti verso la regione di San Pietroburgo. Numeri importanti, tali da spingere le autorità a misure di sicurezza e a una lunga attesa per i cittadini, rimasti con il fiato sospeso e poche informazioni certe nelle prime ore.


Il bilancio, secondo le prime indicazioni, parla di almeno quattro feriti. Ma oltre ai numeri, c’è un altro aspetto che pesa: il segnale psicologico. Per molti russi è la conferma che la guerra non è più un racconto distante, non è più qualcosa che riguarda solo il fronte o le zone di confine.

La zona non è casuale: San Pietroburgo e l’area circostante sono un pezzo di identità nazionale e anche una vetrina del potere russo, appena reduce dal Forum economico annuale. L’attacco, sempre secondo la ricostruzione, avrebbe interessato anche aree sensibili, con riferimenti a infrastrutture e interessi militari legati al mare e alla Marina, nell’area di Kronstadt.

Il punto, per Kiev, sarebbe anche dimostrare una cosa: si può arrivare lontano, fino a circa mille chilometri dal territorio ucraino. Un messaggio che non riguarda soltanto la strategia militare, ma anche la percezione pubblica. E quando cambia la percezione, cambia tutto: la propaganda fatica, le certezze scricchiolano, la quotidianità si riempie di domande.

Volodymyr Zelensky ha rivendicato il senso politico dell’azione: per il presidente ucraino, il momento di chiudere il conflitto sarebbe arrivato, ma la Russia, sostiene, vorrebbe continuare a combattere. Un’accusa che rimbalza da mesi, e che ora si intreccia con l’immagine di una Russia costretta a fare i conti con la propria vulnerabilità.

Dal Cremlino, però, non sembra arrivare alcun segnale di svolta. Mosca continua a respingere l’idea di un confronto diretto con Zelensky e resta fredda sulle iniziative europee. Anzi, nella partita dei contatti e delle mediazioni, emergono aperture e canali che passano anche da figure del passato come Gerhard Schröder: un dettaglio che, a Bruxelles e nelle capitali, suona come un’ulteriore provocazione.

Nelle stesse ore, a Londra, si muove il gruppo dei cosiddetti “volenterosi”, costruito attorno al formato E3: Gran Bretagna, Francia e Germania. Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz si preparano a incontrarsi insieme a Zelensky con un obiettivo chiaro: far capire che l’Europa non può essere esclusa da ogni trattativa sul futuro dell’Ucraina. Ma la domanda che circola, pesante, è una sola: quanto conta davvero l’Europa, se Putin non la riconosce come interlocutore e se Donald Trump appare sempre più distante dal dossier ucraino? Perché, al netto delle dichiarazioni, i rapporti di forza si misurano anche su chi siede al tavolo e chi resta fuori.

Il calendario diplomatico è fitto: dal G7 al Consiglio europeo, fino al vertice Nato e alla riunione allargata prevista a Parigi il 14 luglio. Eppure il tempo politico dei leader appare fragile. Starmer è sotto pressione interna, Macron guarda a una Francia attraversata dall’avanzata dell’estrema destra filorussa, Merz deve consolidarsi a Berlino. Ed è qui che il vertice londinese rischia di trasformarsi in un’immagine: **foto ufficiali, parole misurate, poche certezze**. Downing Street ha mantenuto riserbo e, nelle diplomazie, cresce il dubbio che manchi la sostanza per opporre qualcosa di davvero incisivo alla realtà sul campo.

La giornata, così, diventa un doppio test. Da una parte una Russia che torna a conoscere la paura “in casa”, dall’altra un’Europa che prova a non farsi ridurre a spettatrice. Perché il rischio è questo: che la guerra in Ucraina venga decisa altrove, da altri, con altri interessi. E mentre nel nord russo la gente cerca risposte e si chiede quanto sia al sicuro, a Londra si misura qualcosa di più grande di un comunicato congiunto: la capacità dei “volenterosi” di diventare davvero una forza politica, e non l’ennesimo tavolo nato per riempire un vuoto.


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