A quasi vent’anni dal delitto di Garlasco, uno degli elementi che contribuirono alla condanna definitiva di Alberto Stasi torna al centro del dibattito pubblico e scientifico. Nelle ultime settimane, infatti, la nuova inchiesta aperta dalla Procura di Pavia ha riportato l’attenzione su alcuni reperti e sulle analisi genetiche effettuate durante le indagini, riaccendendo il confronto tra esperti e addetti ai lavori.
Tra i temi più discussi c’è quello relativo alle tracce di dna attribuite a Chiara Poggi e rinvenute in punti differenti della scena e degli oggetti esaminati dagli investigatori. Un aspetto che continua a suscitare interrogativi, soprattutto alla luce delle nuove valutazioni tecniche che stanno emergendo nel corso dell’inchiesta.

A intervenire sulla questione è stato il professor Giuseppe Novelli, tra i più autorevoli genetisti forensi italiani, ospite della trasmissione “Quarta Repubblica”. Il docente dell’Università di Tor Vergata, che nel corso della sua carriera ha preso parte all’analisi di alcuni dei più importanti casi giudiziari italiani, ha manifestato dubbi su uno degli elementi che negli anni hanno alimentato il quadro accusatorio nei confronti di Alberto Stasi.
Novelli, considerato un pioniere della genetica forense in Italia per aver introdotto il test del dna nella collaborazione con la Polizia Scientifica già nei primi anni Novanta, ha seguito vicende celebri come il delitto di via Poma, l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e il caso di Yara Gambirasio. Proprio per questo motivo le sue osservazioni hanno attirato particolare attenzione.

Il punto contestato riguarda la presunta presenza della stessa identica quantità di dna di Chiara Poggi sia sul cucchiaino utilizzato durante la colazione sia sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Una coincidenza che, secondo il genetista, appare quantomeno insolita dal punto di vista scientifico.
Nel corso della trasmissione, l’esperto ha espresso apertamente le proprie perplessità dichiarando: “È molto poco probabile che ci sia la stessa identica quantità, perché dipende da come ci è finito questo dna lì, chi l’ha trasportato, chi l’ha portato”.

Secondo Novelli, infatti, la presenza di materiale genetico può variare sensibilmente in base a numerosi fattori, tra cui le modalità di trasferimento, il contatto con le superfici e le condizioni ambientali. Per questo motivo, l’eventuale corrispondenza perfetta delle quantità rilevate in due contesti differenti rappresenterebbe un dato che merita ulteriori approfondimenti e verifiche.
Le dichiarazioni del professore si inseriscono in un momento particolarmente delicato per il caso Garlasco. La Procura di Pavia sta infatti riesaminando diversi aspetti dell’inchiesta originaria e ogni elemento tecnico continua a essere oggetto di valutazioni approfondite. Un percorso investigativo che potrebbe contribuire a chiarire ulteriormente alcuni dei punti più controversi di una vicenda giudiziaria che continua a far discutere l’opinione pubblica e gli esperti del settore.


