C’è un momento, durante le cerimonie solenni, in cui tutto sembra scritto: l’inno, le uniformi, i volti delle istituzioni in prima fila. Poi però basta un dettaglio stonato a far correre lo sguardo e accendere le domande. E quest’anno, nel giorno più “nazionale” di tutti, quel dettaglio si è notato eccome.
Roma, Fori Imperiali, Festa della Repubblica. In tribuna siedono le massime cariche accanto al presidente Sergio Mattarella, tra bandiere e applausi. Ma mentre la parata scorre e i cronisti fanno l’appello dei presenti, una casella resta vuota e sui social parte il tam tam: dov’è finito Matteo Salvini?
La mattinata si chiude secondo rituale: atmosfera solenne, il passaggio delle Frecce Tricolori, l’inno di Mameli con la fanfara dei carabinieri a cavallo. Una scena che ogni anno fa effetto, ma che nel 2026 pesa ancora di più: sono 80 anni dal 2 giugno 1946, dal referendum che segnò la nascita della Repubblica.
Proprio per questo, l’assenza del vicepremier e ministro dei Trasporti non è passata come una semplice “agenda piena”. In pochi minuti è diventata un caso: tra sussurri tra i cronisti e commenti online, in tanti hanno letto in quel posto non occupato un segnale, o almeno qualcosa da spiegare.
A rompere per primo il silenzio, uscendo dall’area della cerimonia, è il presidente del Senato Ignazio La Russa. Parole misurate, tono istituzionale: il 2 giugno è “la festa di tutti gli italiani”. Ma il dispiacere, per chi non c’era, non lo nasconde.
Incalzato sulla presenza di Salvini, ammette di non averlo visto. E allarga il discorso agli assenti in generale, osservando che tra l’opposizione l’unico capogruppo presente sarebbe stato quello di Italia Viva. Poi la frase che resta lì, a metà tra il taglio corto e l’alzata di spalle: lui non si mette a chiedere dove siano gli altri, perché ognuno è libero di stare dove preferisce.
Stessa prudenza, con ancora meno spazio alla polemica, anche da parte di Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio. Ai cronisti che chiedono dell’assenza del collega, glissa: per le spiegazioni, dice, bisogna rivolgersi direttamente a Salvini.
Tajani però allarga il quadro e ricorda che alla parata mancavano anche Giuseppe Conte ed Elly Schlein. E aggiunge un concetto che, in giornate così, torna sempre: è un dispiacere quando si salta un appuntamento tanto simbolico, pensato per unire più che per dividere.
A provare a spegnere l’incendio arrivano le indicazioni da fonti del ministero dei Trasporti. La versione è netta: Salvini avrebbe trascorso l’intera mattinata al lavoro, come già il giorno precedente, concentrato sui dossier di trasporti e opere pubbliche, con il Pnrr tra le priorità.
Non solo: tra gli obiettivi citati c’è anche quello di evitare lo sciopero dei ferrovieri annunciato per l’11 giugno. Tradotto: una motivazione di servizio, per riportare la lettura dell’assenza sul terreno operativo e allontanare l’idea di un gesto politico.
Ed è qui che la storia si sposta dai Fori Imperiali ai binari. I sindacati di categoria Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ferrovieri, Fast Confsal e Orsa Trasporti hanno proclamato per giovedì 11 giugno uno sciopero nazionale di 8 ore.
La mobilitazione, annunciata lo scorso 30 maggio, riguarda il personale delle aziende ferroviarie e degli appalti collegati, nella fascia oraria tra le 9.01 e le 17. Un’astensione che rischia di mandare in crisi la giornata di migliaia di viaggiatori e che, secondo quanto filtra dal ministero, starebbe tenendo impegnato il ministro proprio in queste ore decisive.


