È una di quelle notizie che arrivano all’improvviso e lasciano senza fiato. All’alba, in un tratto di mare meraviglioso e spesso spietato, qualcosa è finito nelle reti di un peschereccio. E in pochi minuti, tra telefonate concitate e sirene verso il porto, è riemersa una storia che da mesi teneva una famiglia e un’intera comunità appese a un filo.
Succede nelle acque attorno all’isola di Tavolara, in Sardegna. Una battuta di pesca con reti a strascico, come tante. Poi la scoperta: un corpo. E con quel ritrovamento, la sensazione devastante che il tempo delle speranze stia lasciando spazio a una verità durissima.
Il cadavere è stato recuperato questa mattina da un peschereccio che stava lavorando in mare aperto. Appena i marinai si sono accorti di cosa avevano davanti, è scattato l’allarme: contatti immediati con le autorità e rientro verso il porto di Golfo Aranci, dove sono intervenuti gli uomini della Capitaneria di Porto.
Al porto è arrivato anche il magistrato del Tribunale di Tempio Pausania. Un passaggio che dice molto: l’identificazione e tutti gli accertamenti medico-legali saranno gestiti con la massima attenzione, perché dietro quel corpo potrebbe esserci una vicenda rimasta aperta troppo a lungo.

Sull’identità non c’è ancora una conferma ufficiale: gli accertamenti sono in corso e ogni elemento dovrà essere verificato. Ma nelle ultime ore prende corpo un’ipotesi precisa, e fa male anche solo a pronunciarla: quel corpo potrebbe appartenere a uno dei fratelli Deiana, Lorenzo o Giuseppe.
I due ragazzi, 24 e 20 anni, erano scomparsi nel Golfo di Olbia dalla mattina di Pasqua 2025. Erano usciti per una battuta di pesca sportiva su una piccola imbarcazione in vetroresina, lunga circa quattro metri. Poi, il silenzio. Nessun contatto, nessun segnale, nessuna traccia che potesse riportarli a casa.
Nei giorni successivi alla scomparsa, le ricerche si erano concentrate soprattutto nella zona di Capo Figari. Lì erano stati ritrovati alcuni oggetti personali: un giubbotto salvagente, un paio di stivali e uno zaino con dentro una canna da pesca. Dettagli concreti, quelli che trasformano la paura in un presentimento che non ti molla più.
Secondo quanto emerso all’epoca, fu la madre a riconoscere quegli effetti come appartenenti ai figli. Un momento straziante, che aveva alimentato il timore che il dramma si fosse consumato proprio in quel tratto di mare. Eppure, nonostante settimane di ricerche via mare e via aria, non arrivò nulla di definitivo.
Gli investigatori avevano provato anche a ricostruire gli ultimi spostamenti attraverso la geolocalizzazione dei cellulari, ma senza risultati concreti. Un vuoto che per la famiglia è stato una tortura: nessuna certezza, nessun addio, solo domande.
Nel maggio 2025, la Procura di Tempio Pausania aveva valutato anche un’ipotesi inquietante: una possibile collisione con un’altra imbarcazione. Un’eventualità che, se confermata, aprirebbe scenari ancora più gravissimi.
L’avvocato della famiglia, Pietro Cherchi, aveva chiesto agli inquirenti di acquisire i dati delle applicazioni dedicate al traffico marino per verificare la presenza di natanti davanti a Capo Figari la mattina della scomparsa. Un dettaglio che oggi, con un corpo recuperato in mare, potrebbe tornare improvvisamente centrale.
La famiglia è stata informata del ritrovamento. Ma al momento, lo ripetono anche le fonti, manca ancora la conferma ufficiale: l’identificazione dovrà passare dagli esami medico-legali e dagli accertamenti disposti dagli investigatori. Ore sospese, di quelle che pesano addosso. Perché quando il mare “restituisce”, spesso non lo fa mai con dolcezza. E in Sardegna, tra Olbia, Tavolara e Capo Figari, c’è una ferita che da più di un anno aspetta un nome, una spiegazione, un perché.


