C’è un caso che in Italia non smette mai davvero di far battere il cuore: Garlasco. Bastano poche parole, un nome, una vecchia ferita, e torna tutto. Stavolta a riaccendere la miccia è una voce che conosce bene le carte e i retroscena, e che adesso parla come se non avesse più nulla da perdere.
Perché quando un ex legale decide di tornare pubblicamente sulla morte di Chiara Poggi, ogni frase pesa come un macigno. E nelle ultime ore, tra dichiarazioni, accuse e ricordi che riemergono, si è riaperto un vortice di domande: cosa è stato davvero sottovalutato? E chi, eventualmente, è rimasto fuori dalla storia?

La voce che torna a farsi sentire: chi è Massimo Lovati
A parlare è Massimo Lovati, ex avvocato di Andrea Sempio, intervistato da Open. Il suo nome non è nuovo nelle cronache del caso: negli anni scorsi le sue parole avevano già creato tensioni e polemiche, fino ad arrivare a un passo formale che adesso lo porta in tribunale.
Lovati infatti è stato rinviato a giudizio per diffamazione nei confronti degli avvocati Fabio ed Enrico Giarda, storici difensori di Alberto Stasi. Un processo a Milano che promette scintille, anche perché lui non indietreggia: rivendica le sue posizioni e dice di essere pronto a giocarsela in aula.
“Non volevo colpire nessuno”: la difesa e quella parola che brucia
Lovati prova a spiegare il senso di quelle dichiarazioni che gli sono costate l’imputazione. Dice di aver parlato “in un momento di foga” e di non aver mai avuto l’intenzione di attaccare personalmente i Giarda. Ma non ritratta la sostanza: “Ho parlato di macchinazione perché mi sembrava una macchinazione”.

Richiama anche un passaggio del decreto di archiviazione del 2017, dove si parla di un “maldestro tentativo di riaprire le indagini”. Secondo lui, tra “maldestro tentativo” e “macchinazione” c’è una differenza enorme: la prima parola rimanderebbe a un errore, la seconda al dolo.
Gli avvocati Giarda, costituiti parte civile, hanno chiesto 116mila euro complessivi per danni morali e d’immagine. Una cifra importante, che fa rumore. Lovati però non mostra preoccupazione: “È un loro diritto chiedere un risarcimento dei danni, loro l’hanno quantificato così. Staremo a vedere”. E soprattutto fa una scelta netta: niente scorciatoie, niente riti alternativi. Vuole il dibattimento pubblico. “Perché sono innocente”, dice. Una frase secca, che suona come una sfida.
Sempio, la rottura e una convinzione che non cambia
Nel frattempo il rapporto professionale con Andrea Sempio si è interrotto: l’incarico è stato revocato mesi fa. Ma, nonostante tutto, Lovati continua a sostenere che l’ex assistito sia “difendibile come lo era prima”.
È convinto che la nuova inchiesta possa chiudersi con un’archiviazione. E torna anche su un tema delicatissimo, quello dei cosiddetti “processi ai pensieri”, legati ai contenuti emersi nelle recenti indagini su Sempio: “Sono pensieri, meri pensieri”, afferma.
Ed eccola, la frase che fa tremare: “Stasi ha mentito per coprire altri”
Il punto in cui l’intervista cambia temperatura arriva quando Lovati parla di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Lovati dice di credere all’innocenza non solo di Sempio, ma anche di Stasi. E qui la storia prende una piega che riapre ferite mai rimarginate.
Secondo l’ex legale, Stasi sarebbe stato condannato soprattutto per le bugie raccontate durante le indagini. Ma la domanda, per Lovati, è un’altra: “La Corte d’Assise d’Appello bis ha condannato Stasi per una bugia, ma non si è chiesta perché abbia mentito”. Richiama la questione delle scarpe pulite e la perizia sulla camminata che, secondo la difesa, dimostrerebbe che Stasi non sarebbe entrato davvero nella scena del crimine. E poi arriva l’affondo più pesante: “Lui ha coperto altri, su cui non si è investigato minimamente”.
La teoria estrema: l’ombra di un’organizzazione criminale
Come se non bastasse, Lovati si spinge ancora oltre e parla di una presunta “organizzazione criminale internazionale” dietro il delitto di Garlasco. Una teoria che, va detto, non ha mai trovato riscontri concreti nelle indagini ufficiali.
In quasi vent’anni, i nomi finiti davvero sotto la lente della magistratura sono stati soprattutto quelli di Stasi e Sempio. Eppure, ogni volta che qualcuno torna a parlare, ogni volta che una frase lascia intendere che “manca un pezzo”, il caso si rimette in moto. E con lui, inevitabilmente, il dibattito pubblico e la sensazione che su Garlasco non sia mai stata scritta l’ultima parola.


