Per quasi vent’anni quell’impronta è rimasta sullo sfondo, catalogata tra i tanti elementi raccolti nella villetta di via Pascoli dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Oggi, però, quella traccia torna prepotentemente al centro della nuova indagine sul delitto di Garlasco. Si tratta della famosa impronta 33, l’orma trovata sul muro vicino al luogo in cui venne scoperto il corpo della giovane il 13 agosto 2007. Secondo gli investigatori, potrebbe rappresentare addirittura la “firma” lasciata dal killer sulla scena del crimine.
Nelle ultime settimane, infatti, la Procura di Pavia ha rimesso sotto la lente proprio quella traccia, attribuendola ad Andrea Sempio, l’amico del fratello di Chiara tornato al centro dell’inchiesta. Una svolta che ribalta completamente le conclusioni sostenute finora dagli investigatori dell’epoca. Si tratta di una ricostruzione realizzata dal quotidiano la Repubblica. Il punto più delicato riguarda proprio il cambio di posizione dell’ex generale del Ris Luciano Garofano, storico comandante del reparto scientifico dei carabinieri e consulente della difesa di Sempio sia nel 2017, durante la prima indagine a suo carico, sia nella nuova inchiesta almeno fino allo scorso ottobre.

Per Garofano quella traccia non sarebbe riconducibile a sangue o materiale organico legato all’omicidio. In una relazione firmata nel 2025 insieme al dattiloscopista Luigi Bisogno, l’ex comandante sostiene infatti che si tratti semplicemente di “una manifestazione fisiologica di contatto per accumulo di sudore”. Una tesi sviluppata per contrastare la consulenza dei tecnici nominati dalla Procura, Nicola Caprioli e il tenente colonnello Gianpaolo Iuliano, comandante della sezione impronte del Ris di Roma.

Secondo i consulenti della Procura, invece, la situazione sarebbe molto diversa. Gli esperti avrebbero individuato ben 15 punti di corrispondenza tra l’impronta 33 e quella attribuita ad Andrea Sempio. Per questo motivo, gli investigatori contestano duramente le conclusioni della difesa, sostenendo che Garofano e Bisogno avrebbero scambiato delle semplici “interferenze murarie” per dettagli tecnici utili all’analisi dattiloscopica.

Ed è qui che emerge la vera frattura tra le due ricostruzioni. La Procura di Pavia, coordinata da Fabio Napoleone e Stefano Civardi, ha deciso di rafforzare ulteriormente l’analisi affidandosi a un gruppo di sette ufficiali del Ris. Tra loro anche il colonnello Matteo Donghi, attuale comandante del Ris di Parma, oltre allo stesso Nicola Caprioli. Tutti concordano nel ritenere valida l’attribuzione dell’impronta a Sempio, definendo la traccia una vera e propria orma lasciata da materiale organico.

Le parole utilizzate dai consulenti dei pm sono pesantissime. Il colonnello Giampaolo Iuliano e Caprioli definiscono infatti l’analisi di Garofano “palesemente errata, priva di ogni fondamento logico”, aggiungendo che “denota una totale mancanza di spirito critico” e sarebbe stata eseguita con una metodologia “del tutto insensata” oltre che con un approccio “anacronistico”. Un attacco tecnico frontale che segna uno scontro senza precedenti tra esperti del settore.
Secondo gli specialisti incaricati dalla Procura, l’impronta 33 sarebbe stata lasciata da una mano sporca di materiale liquido organico. Nella loro relazione spiegano infatti che “Vi sono elementi a supporto dell’ipotesi che i contatti all’origine dell’impronta abbiano depositato materiale liquido, che ha successivamente reagito con ninidrina”. Proprio la ninidrina, il reagente chimico utilizzato durante i rilievi, avrebbe fatto emergere la colorazione rossastra della traccia.
A rendere ancora più delicata la vicenda ci sono poi le dichiarazioni di Aldo Mattei, comandante della sezione impronte del Ris di Parma nel 2007 e tra i primi ad aver effettuato i sopralluoghi nella villetta di Garlasco. Sentito dagli investigatori il 12 giugno scorso, Mattei ha ricordato nitidamente quella traccia: “Si vedeva che era una mano destra e ‘faceva senso’. Dico ‘faceva senso’ perché era evidente che si trattasse di una mano che si era appoggiata su quella parete che per noi aveva particolare importanza, dato che era il luogo dove era stato rinvenuto il cadavere”.
Infine, alla domanda su cosa potesse aver provocato quella forte reazione della ninidrina, la risposta dell’ex comandante del Ris è stata altrettanto chiara: “Numerosi elementi che contengono amminoacidi, quindi sudore, bianco d’uovo, sangue, sangue lavato”. Parole che oggi assumono un peso enorme nella nuova inchiesta sul delitto di Garlasco e che riportano l’impronta 33 al centro di uno dei casi di cronaca nera più discussi degli ultimi decenni.


