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Canzonissima, hai vinto tu. Un’interpretazione meravigliosa e una canzone senza tempo

Ci sono puntate che scorrono via leggere e poi ce ne sono altre che ti restano addosso. Perché a un certo punto, in mezzo a luci, orchestra e applausi, succede qualcosa di raro: la nostalgia smette di essere un ricordo e diventa presente. E in quella quinta serata di Canzonissima l’aria era proprio questa, densa, quasi elettrica.

Non sembrava più soltanto una gara tra brani famosi. Sembrava una prova di coraggio: prendere canzoni che tutti conoscono, metterle a nudo, farle risuonare in un’altra voce e in un’altra generazione. E il pubblico, puntata dopo puntata, lo ha capito: non si premia solo chi “canta bene”, ma chi riesce a farci sentire qualcosa che pensavamo di aver già provato.

Milly Carlucci ha guidato la serata senza sovrastarla, lasciando che fossero le interpretazioni a parlare. Ed è lì che si è creato il vero gioco: restare fedeli all’originale oppure tradirlo (un po’) per trovare una nuova verità. Un equilibrio delicatissimo, che può portarti in alto o farti cadere nel vuoto.


Tra arrangiamenti rivisitati e performance costruite sul filo della tensione, si è avuta una sensazione chiara: il centro non era la classifica, ma l’identità che ogni artista riusciva a portare sul palco. Perché certe canzoni, quando le tocchi, toccano anche te.

Poi è arrivato quel momento che in tv si riconosce subito: qualche secondo in più di silenzio, gli sguardi, la platea che aspetta. E alla fine la vittoria della quinta puntata è andata a “Un senso”, uno dei brani più noti di Vasco Rossi, interpretato da Leo Gassmann.

Una scelta che, in fondo, racconta bene la linea di questa edizione: non basta scegliere una canzone “gigante”. Bisogna riuscire a farla camminare oggi, senza trasformarla in un semplice omaggio. E Gassmann ci è riuscito con un’interpretazione misurata, personale, capace di convincere giuria e pubblico.

Il punto è che “Un senso” non è solo un successo da cantare a memoria. Negli anni è diventata quasi un piccolo manifesto: l’idea ostinata che da qualche parte, nella confusione delle cose, ci debba essere un ordine. O almeno il desiderio di trovarlo.

È una canzone che non consola davvero. Ti mette davanti a una domanda scomoda: e se il senso non ci fosse? Se fosse tutto un tentativo, una ricerca continua? Proprio per questo, ogni volta che torna, fa male e fa bene insieme. E nella versione di Leo Gassmann quella tensione è diventata ancora più intima, meno “epica”, più fragile. Quasi sussurrata.

Con questa vittoria, Leo Gassmann entra nel gruppo dei finalisti che, puntata dopo puntata, sta prendendo forma. Nel quadro ci sono già Fabrizio Moro con “Il mio canto libero”, Arisa con “La leva calcistica della classe ’68” e “La notte”, e Vittorio Grigolo con “Caruso”.

E a questo punto la sensazione è che la finale sarà meno prevedibile di quanto sembri. Perché Canzonissima, più che incoronare un vincitore, sta facendo un’altra cosa: sta riportando al centro le canzoni come domande aperte. E quando succede, non è più solo spettacolo. È qualcosa che ti viene voglia di condividere, discutere, ricordare.


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