Il referendum costituzionale del 2026 entra nella sua fase decisiva, con gli italiani chiamati alle urne per esprimersi su una riforma della giustizia che potrebbe cambiare in modo significativo l’assetto del sistema giudiziario. Si tratta di un appuntamento centrale per il futuro istituzionale del Paese, osservato con attenzione sia dalla politica sia dagli analisti, anche perché non è previsto il raggiungimento di un quorum per la validità del voto.
In questo contesto, cresce l’attesa per un verdetto che potrebbe avere forti conseguenze politiche, influenzando gli equilibri tra governo e opposizioni e aprendo nuovi scenari in vista delle prossime elezioni. A rendere ancora più incerta la partita è la partecipazione dei cittadini, considerata da molti osservatori il vero indicatore chiave per interpretare l’esito della consultazione.

Referendum, boom dell’affluenza: si vota anche oggi 23 marzo
Si vota ancora nella giornata di lunedì dalle 7 alle 15. È il boom dell’affluenza a dare una prima indicazione sul referendum: l’ affluenza al voto per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia è al 46,07% alle ore 23. Il dato, che è in costante aggiornamento, è pubblicato sul sito Eligendo del Viminale. La percentuale dei votanti ha superato quella di ogni altro referendum del terzo millennio con urne aperte due giorni. Nei comitati e nelle stanze dei partiti hanno cominciato a fare i conti.

Per esempio: finché sono stati disponibili, con alta affluenza i sondaggi indicavano un tendenziale vantaggio dei “Sì”. Sul podio delle regioni con più partecipazione alle urne, però, ci sono l’Emilia Romagna (46,3%) e la Toscana (44,7%), storicamente “rosse” e quindi associate al “No”. In mezzo a loro, la Lombardia (45%), guidata dal centrodestra. “Il senatore Lega Claudio Borghi ha avvertito: “Non farsi fuorviare dai sondaggi che girano. Sono fatti con metodi che nemmeno il pendolino di Mosca… quindi non crediate che sia fatta”. Per i sondaggisti di Youtrend la situazione è “imprevedibile”.


Una considerazione è però condivisa: con un’affluenza così alta, non si potranno sminuire le conseguenze politiche del voto: da una parte, una bocciatura o un rafforzamento del governo. E dall’altra un faro di vittoria per le prossime politiche o un macigno sulla strada del campo largo. La giornata di attesa è stata scandita dalle foto sui social dei politici alle urne e da qualche polemica nei seggi elettorali. Per quanto riguarda gli altri precedenti di referendum costituzionali (nei quali, va ricordato, non è necessario il raggiungimento di un quorum) il dato dell’affluenza delle 19 si conferma da record.
Al referendum del 2001 sulla riforma del Titolo V (nel quale si votò, però, solo in un giorno) l’affluenza alle urne delle 19 era stata al 23,9%. A quello sulla devolution del 2006 alle 19 del 25 giugno aveva votato il 22,4%. Il referendum costituzionale del 2016 sulla riforma Renzi si tenne in una sola giornata e alle 19 aveva votato il 57,24%. Nelle altre consultazioni popolari più recenti, non di carattere costituzionale, ma nelle quali si è votato in due giorni nell’ultima, del 2025, su lavoro e cittadinanza si è registrato un dato del primo giorno alle ore 19 del 16,16% e a quello del 2011 su acqua e nucleare fu del 30,3%. Insomma, numeri davvero pazzeschi che non si vedevano da tantissimi anni.


