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Il big italiano distrugge Sanremo e Sal Da Vinci: scoppia la bufera

Non è stata una semplice stroncatura televisiva, né l’ennesima provocazione buona per alimentare il dibattito social. L’intervento di Paolo Crepet sul Festival di Sanremo ha il tono di un atto d’accusa più ampio, che travalica il perimetro dell’Ariston e investe l’intera società contemporanea. A non piacergli, in fondo, non è tanto la kermesse musicale quanto ciò che rappresenta: uno specchio fedele della modernità, con le sue contraddizioni e, secondo lui, con la sua crescente povertà espressiva.

Intervistato dal Corriere della Sera alla vigilia della presentazione del suo ultimo libro Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà, in programma a Merano, lo psichiatra non ha scelto la via diplomatica. “Chi viene a sentirmi sa che lo irriterò ma non sono un politico, non mi interessa essere ecumenico”, ha dichiarato senza esitazioni. Un’affermazione che chiarisce subito il suo approccio: nessuna ricerca di consenso, ma il desiderio dichiarato di “seminare sulla roccia”, di scuotere coscienze assopite e mettere in discussione abitudini culturali consolidate.


Sanremo 2026, il commento di Paolo Crepet

Nel mirino finiscono così i grandi riti collettivi, quelli che un tempo accendevano passioni e oggi, secondo Crepet, sembrano limitarsi a riprodurre formule già viste. “Basta guardare la mediocrità di Sanremo per capire che oggi non c’è più niente da dire. Se togli la sofferenza togli il senso dell’arte, della bellezza e della scoperta: per questo non abbiamo più geni, ma solo replicanti che vendono una perfezione ignobile”. Parole dure, che trasformano il Festival in simbolo di un’epoca dominata dal conformismo e dall’omologazione.

Ma la critica non si ferma alla musica. Crepet allarga il discorso al sistema nel suo complesso, parlando apertamente del rischio di essere “soggiogati da un sistema distopico”. Ricorda come già dieci anni fa mettesse in guardia sui pericoli del digitale, ricevendo in cambio l’etichetta di boomer. Oggi, osserva, persino Andrea Pignataro, imprenditore simbolo dell’era dei software, avverte: “Attenzione, l’intelligenza artificiale ci frega”. E aggiunge con sarcasmo: “Se lo dice lui, che non fa il liutaio ma l’imprenditore tecnologico, forse dovremmo svegliarci”.

Il nodo centrale, però, è un altro: la rimozione della sofferenza come elemento generativo. “Abbiamo tolto ai giovani la frustrazione, che è la benzina dei neuroni. I nostri neuroni sono disfunzionanti per natura: è quella disfunzione che crea l’idea, il guizzo, l’arte. Noi li abbiamo messi in ordine forzatamente, creando una generazione di depressi”. In questa lettura, l’ossessione per la performance e per la perfezione avrebbe anestetizzato proprio quella tensione creativa che alimenta il talento.

E qui il discorso torna alla musica, ma con un affondo ancora più netto. “Vorrei giovani che fanno l’amore sui divani ascoltando i Led Zeppelin e Stairway to Heaven. L’estasi è una cosa divina, sovraumana. Invece oggi ci accontentiamo della mediocrità di Sanremo: dieci di quei cantanti non valgono un piede sinistro di Lou Reed. Vorrei che all’Ariston qualcuno cantasse Perfect Day, ma Lou Reed è morto e il talento non si compra al supermercato. Il talento viene dal viaggio, e se non c’è il viaggio – inteso come fatica, come rischio di frantumarsi – non c’è niente da dire”. Un rimpianto che non è nostalgia sterile, ma invito a recuperare rischio e profondità.

Crepet arriva perfino ad augurare “un po’ di sana sfiga, un po’ di insuccesso” come antidoto alla mediocrità. Porta l’esempio di Federica Brignone, capace di conquistare l’oro dopo un’odissea psicologica e fisica, entrando nel mito proprio perché ha osato quando le consigliavano prudenza. “Se non sei religioso il divino lo trovi lì o nella voce di Tom Jones, non in Sal Da Vinci, con tutto il rispetto”. È una provocazione che divide, ma che rivela la sua idea di talento come conquista dolorosa e non prodotto confezionato.

La riflessione si chiude su un’immagine potente del presente, sospeso tra realtà virtuale e concreta, tra verità e fake news, tra un passato liquidato come nostalgia e un futuro venduto come rivoluzionario. “Il nuovo mondo tecnologico è un inganno: chiamiamo un driver disgraziato che pedala 70 chilometri al giorno per portarci una pizza scadente sul divano e lo spacciamo per progresso. Non c’è niente di nuovo rispetto a Charlie Chaplin e ai Tempi moderni: c’è un padrone che fa i miliardi e un operaio che gira le viti, anche se le viti oggi sono digitali”. E in questa metafora finale, più che Sanremo, finisce sotto accusa l’intero sistema che applaude la superficie e dimentica la sostanza.


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