Nel fitto intrico di domande che avvolge ancora oggi il delitto di Garlasco, una delle più inquietanti riguarda ciò che accadde nella settimana di Ferragosto del 2007. A diciotto anni di distanza, la Procura di Pavia ha disposto nuovi prelievi di Dna a tappeto, cercando risposte in un puzzle investigativo che non ha mai smesso di suscitare sospetti e anomalie. Una su tutte: perché, in una calda estate come tante, in un piccolo centro agricolo della provincia pavese, sembrava che nessuno fosse andato in vacanza? Quasi tutti i protagonisti – amici, conoscenti, parenti e vicini – si trovavano incredibilmente a casa, proprio in quei giorni. Un dettaglio che, da semplice coincidenza, si trasforma oggi in una questione centrale.
Garlasco, 9 mila anime, di solito si svuota in agosto. Eppure, il 13, giorno in cui Chiara Poggi venne uccisa nella villetta di via Pascoli, non solo era lì il fratello Marco con i suoi amici Andrea Sempio, Mattia Capra e Roberto Freddi, ma anche gran parte del gruppo di Chiara e del fidanzato Alberto Stasi, giovani di buona famiglia, studenti universitari o neolaureati. I reporter accorsi in paese nei giorni successivi raccolsero storie che parlavano di un ritorno collettivo, quasi sincronizzato, di molti ragazzi che, pur avendo possibilità e mezzi per godersi il mare, la montagna o l’estero, come scrive un articolo dell’edizione online del settimanale Oggi, si trovavano tutti casualmente a casa. Una stranezza che oggi, alla luce dei nuovi accertamenti, assume un peso ben diverso.

Garlasco, il dettaglio sui giovani del paese. Oggi: “Perché erano tutti a casa?”
Chiara aveva deciso di non partire con la famiglia, in ferie in Trentino dal 5 agosto, per restare a fianco di Alberto, impegnato a scrivere la tesi. Ma l’atteggiamento di quest’ultimo già all’epoca fece discutere: rientrato a Garlasco solo il 4 agosto dopo una vacanza-studio a Londra, passò il tempo al computer nella sua casa di via Carducci, distante circa due chilometri dalla villa della fidanzata.
Gli inquirenti non considerarono questa una routine da laureando incallito. E le connessioni che lo legavano agli amici Marco Panzarasa e un altro giovane del gruppo furono giudicate sospette dalla Procura. La stessa Laura Barbaini, che riuscì a ottenere la condanna definitiva di Alberto Stasi nel 2014, parlò nel 2011 di “una triangolazione serrata di messaggi” iniziata sabato 11 agosto tra Stasi, Panzarasa e un terzo ragazzo, come indizio di qualcosa che “non possiamo precisare perché i protagonisti non ce la spiegano”.

Particolarmente rilevante è proprio la figura di Marco Panzarasa, figlio di un ex sindaco e oggi avvocato. All’epoca disse di essere in Liguria la mattina dell’omicidio, rientrato in treno solo a tarda mattinata dopo aver perso una coincidenza. Eppure, il fatto che la sua casa fosse a soli “460 passi” da quella di Chiara e che possedesse una bicicletta nera da donna – identica a quella vista da alcuni testimoni fuori dalla villetta dei Poggi – lo pose al centro delle indagini, almeno in una fase. Anche la sorella Isabella, oggi vice-sindaca, si trovava in casa con lui. Disse di essere rimasta a studiare tutto il giorno. Entrambi offrirono versioni dettagliate, ma a quanto pare non sufficienti a dissipare ogni ombra.
Lo stesso vale per le sorelle Paola e Stefania Cappa, anche loro appartenenti alla borghesia locale. La prima era convalescente e dichiarò di essere rimasta a letto, la seconda fornì un alibi preciso: studio di Diritto penale, telefonate, piscina nel pomeriggio con l’amico Emanuele Arioldi, rampollo della famiglia Rizzoli, che qualche anno dopo sarebbe diventato suo marito. I racconti, minuziosi, sembrano nati per coprire ogni spazio temporale, ma proprio per questo oggi vengono riesaminati con attenzione. Tutti presenti. Tutti con versioni ufficiali. Eppure, qualcosa non torna.


Unica a mancare, l’amica del cuore di Chiara, Maristella Gabetta, che si trovava in vacanza in montagna. Lei, studentessa di Filosofia, ricordò la semplicità dell’amica: “Arrivava in tuta o in pigiama, bastava attraversare la strada per vederci”. Un dettaglio che rafforza la sensazione di spontaneità e quotidianità spezzate all’improvviso. In tutto questo contesto, però, emerge con chiarezza che la normalità di quell’agosto era solo apparente. Dietro il silenzio delle strade e delle case chiuse, si muoveva un fitto reticolo di presenze, spostamenti, incontri, comunicazioni. Un groviglio di rapporti che oggi la Procura tenta di ricostruire partendo anche dal Dna.
Perché – è questa la domanda chiave – tutti erano lì, a Garlasco, proprio in quei giorni? Una coincidenza collettiva? Un caso? Oppure, come qualcuno ha ipotizzato, la consapevolezza che qualcosa stesse per accadere? L’ipotesi che alcuni dei presenti sappiano più di quanto abbiano detto non è mai stata esclusa del tutto. E lo scenario che emerge oggi – con una nuova indagine, nuovi consulenti, e vecchie piste rimesse in discussione – lascia intravedere che forse le risposte non erano così lontane, ma semplicemente nascoste nel posto più difficile da cercare: nel cuore stesso della “normalità”.


