Veronesi: "Il cancro è la prova che Dio non esiste"

Veronesi: "Il cancro è la prova che Dio non esiste"

Veronesi: "Il cancro è la prova che Dio non esiste"

Umberto Veronesi si è spento proprio ieri all'età di 91 anni consumato, anche lui come tanti suoi pazienti, da un cancro. Il figlio ha rivelato che alla fine ha rifiutato sia il ricovero che le cure. Rileggiamo alcune sue riflessioni, che senz'altro faranno discutere, tratte dal suo libro Il mestiere di uomo. Ecco alcuni estratti del libro:

"Non saprei dire qual è stato il mio primo giorno senza Dio. Sicuramente dopo l'esperienza della guerra non misi mai più piede in una chiesa, ma il tramonto della fede era iniziato molto prima. Durante il liceo fui bocciato due volte, ero un discolo in senso letterale: non andavo bene a scuola. Di fatto sono sempre stato anticonformista, ribelle ai luoghi comuni e alle convenzioni accettate acriticamente, e questa mia natura mal si conciliava con l'integralismo della dottrina cattolica che era stata il fondamento della mia educazione di bambino".

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A incrinare il rapporto di Veronesi con la fede è stata la guerra: "Oltre alle stragi dei combattimenti, ho toccato con mano anche la follia del nazismo e non ho potuto non chiedermi, come fece Hannah Arendt prima e Benedetto XVI molti anni dopo: "Dov'era Dio ad Auschwitz?". E poi la decisione di intraprendere la carriera medica: "La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare. Da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro". Che rapporto c'è, secondo Veronesi, tra dolore e fede? Il dolore diventa tangibile, assume sembianze reali. Ed è in quella circostanza che, spiega, "diventa molto difficile idfentificarlo come una manifestazione del volere di Dio. Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. Il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L'ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un'emorragia".

Al punto che l'uomo scopre di essere uomo, si rende conto che non c'è nessuna entità sovrannaturale a benedire il suo operato, che "ci sei solo tu in quei momenti, solo con la tua capacità, la tua concentrazione, la tua lucidità, la tua esperienza, i tuoi studi, il tuo amore (o anche la tua carità come la chiamava don Giovanni) per la persona malata. Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del 'non so'".